come sempre in questi casi prima caricare poi leggere. Einaudi è il pianista che suona la melodia che vi cullerà come vento tra le parole, spero. I diritti musicali appartngono a lui e alla sua casa discografica. Le immagini sono di chi le ha scattate.
Parole mie.
Più una richiesta che una dedica forse è quel che segue, o forse solo una grande illusione o un mio stupido modo di vedere l'amore...
portami con te, nei gesti quotidiani, nelle movenze...
Scosti le coperte e scendi dal letto. Ti vedo bere il caffé e mangiare qualcosa in fretta con già il pensiero ad uscire per andare a lavoro ma lacalma del giorno che nasce e i tuoi passi cominciano danzare su esso. Movimenti via via più fluidi.
Sono accanto a te mentre prendi lo spazzolino e ti lavi. Ti sorrido da un angolo, dietro una spalla, appena oltre la visuale della coda dell'occhio: angolo morto, i miei occhi traboccano affetto.
Portami con te, nei gesti quotidiani, nelle movenze...
Via verso gli impegni della giornata. La borsa a tracolla infilata quasi trafelata, che la giacca non sempre è sotto.
Poi il lavoro, l'eleganza delle tue mani che s'intrecciano sicure nello scorrere delle ore. Le pause caffé, i sorrisi, le litigate e i momenti bui.
Tutto si sussegue ed io con te col mento che sfiora una spalla mentre il naso spunta accanto all'orecchio.
Lascia che assapori il profumo dei tuoi capelli, pensami lì e lascia che ti rallenti un istante; quasi un bimbo nell'età dei perché incuriosito anche dai gesti più elementari.
Portami con te, nei gesti quotidiani, nelle movenze...
Esci, inspiri e guardi il cielo. La stanchezza certi giorni sa farsi da parte se c'è il colore giusto lassù, magari riesci a distrarti appresso a una nuvola, un piccione che plana da un cornicione.
Verso casa, verso sera, verso la frenesia del traffico per tornare alla quiete. Sono i passi al tuo fianco, ti sorrido da uno specchietto retrovisore o dal marciapiede sull'altro lato della strada. Sempre lì.
Guidami senza paura e racconta. Vivi ogni gesto e pensami, io sarò lì a guardarti ancora con orgoglio e gioia, dolcezza senza fine: "non preoccuparti, va tutto bene".
Portami con te, nei gesti quotidiani, nelle movenze...
Eccoci è sera e ancora non mi stanco di te. Mi racconti i fatti raccolti nel giorno ma io ero lì con te. Sentirli è la materializzazione visiva di quanto il mio spirito abbia supportato tutto il giorno. Semplicemente.
Ancora un'altra sera ci ritroviamo. Magari distanti, solo parole tra noi. Ma il giorno non è stato vano: eravamo noi, anche nelle inezie. A noi torniamo coi nostri vissuti; in due, comunque.
Portami con te, nei gesti quotidiani, nelle movenze...
Io farò lo stesso con te. Saremo in due. Nessuno sarà solo. Mai.
mercoledì 25 maggio 2011
lunedì 23 maggio 2011
occhi alla finestra
Verso il niente e verso tutto. Guardo oltre le lame trasverse delle persiane il cielo quasi estivo stemperarsi in un grigiore innaturale.
Oggi cade l'anniversario della strage di Capaci.
Come ogni anno rifletto sugli eroi e sull'eroismo. Cosa è e dove si nasconde l'eroismo?
Eroe dovrebbe essere non solo chi combatte i soprusi, ma chi mette a rischio la sua vita per qualcuno o qualcosa solo perché è giusto così, senza altri interessi.
E' eroico chi non cede alle disgrazie e trova modo di tirare avanti, facendosi anche carico della famiglia che ha creato, senza scappare; è ancor più eroico chi s'immola per ideali o per sconosciuti. Diceva sempre Faletti ma in una canzone antecedente "gli eroi son tutti morti, meno che nei discorsi". Ecco, guardo al cielo cercando di scorgere un mantello al vento o forse solamente una bandiera garrire al vento come un simbolo in cui credere e che si è orgogliosi di onorare non solo alle feste laiche comandate, ottima scusa per saltar scuola o lavoro.
In questo paese non riesco a intravedere neppure la speranza che un giorno tutto torni ad andare nel verso giusto. Non solo i pochi eroi in cui credere sono morti, ma anche l'eroismo sta svanendo. Il massimo degli esempi di virtù saran presto veline e tronisti, che almeno non sono Escort e addirittura a volte parlano (leggasi una mia personale polemica alla campagna di Ricci per eliminare ogni critico del fenomeno valletta - oca).
Non basta, "chi c'ammazza prende di più della brava gente". Ma chi è la brava gente? Chi si spacca le mani le spalle o il cervello per portare a casa due onorati euro? O ormai chi dovrebbe essere la "brava gente" che guida con un ideale e caparbietà un paese tende sempre più ad essere sovrapponibile a "chi ammazza"?
Sta venendo meno il confine tra bene e male, tra legittimo ed illegittimo. E' la desolante morte della fiducia e della speranza.
Noi qui, popolo di ignavi che non desidera altro che non aver problemi e che qualcuno scelga al posto nostro purché ci lascino il nostro muro di casa intonso, a guardare il cielo grigio alla finestra. Guardiamo fuori disillusi che V for Vendetta sia solo una storia e che un finale che sovverta il Fato sia pura fantasia.
Servirebbero dannatamente degli eroi qua, una volta ritrovata l'umanità.
Una lacrima per chi ha dato la vita per ricordare che non si deve smettere di lottare e sperare.
"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"G.Falcone
Oggi cade l'anniversario della strage di Capaci.
Come ogni anno rifletto sugli eroi e sull'eroismo. Cosa è e dove si nasconde l'eroismo?
Eroe dovrebbe essere non solo chi combatte i soprusi, ma chi mette a rischio la sua vita per qualcuno o qualcosa solo perché è giusto così, senza altri interessi.
E' eroico chi non cede alle disgrazie e trova modo di tirare avanti, facendosi anche carico della famiglia che ha creato, senza scappare; è ancor più eroico chi s'immola per ideali o per sconosciuti. Diceva sempre Faletti ma in una canzone antecedente "gli eroi son tutti morti, meno che nei discorsi". Ecco, guardo al cielo cercando di scorgere un mantello al vento o forse solamente una bandiera garrire al vento come un simbolo in cui credere e che si è orgogliosi di onorare non solo alle feste laiche comandate, ottima scusa per saltar scuola o lavoro.
In questo paese non riesco a intravedere neppure la speranza che un giorno tutto torni ad andare nel verso giusto. Non solo i pochi eroi in cui credere sono morti, ma anche l'eroismo sta svanendo. Il massimo degli esempi di virtù saran presto veline e tronisti, che almeno non sono Escort e addirittura a volte parlano (leggasi una mia personale polemica alla campagna di Ricci per eliminare ogni critico del fenomeno valletta - oca).
Non basta, "chi c'ammazza prende di più della brava gente". Ma chi è la brava gente? Chi si spacca le mani le spalle o il cervello per portare a casa due onorati euro? O ormai chi dovrebbe essere la "brava gente" che guida con un ideale e caparbietà un paese tende sempre più ad essere sovrapponibile a "chi ammazza"?
Sta venendo meno il confine tra bene e male, tra legittimo ed illegittimo. E' la desolante morte della fiducia e della speranza.
Noi qui, popolo di ignavi che non desidera altro che non aver problemi e che qualcuno scelga al posto nostro purché ci lascino il nostro muro di casa intonso, a guardare il cielo grigio alla finestra. Guardiamo fuori disillusi che V for Vendetta sia solo una storia e che un finale che sovverta il Fato sia pura fantasia.
Servirebbero dannatamente degli eroi qua, una volta ritrovata l'umanità.
Una lacrima per chi ha dato la vita per ricordare che non si deve smettere di lottare e sperare.
"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"G.Falcone
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Hugs for those who leave,
sentitamente,
tubooooo
venerdì 20 maggio 2011
ovvietà?
Non molti anni fa Lorenzo - Jovanotti - Cherubini scrisse una canzone a mio dire abbastanza gradevole: fango.
Ora, una riflessione che questa canzone mi ha sempre suscitato di primo acchito è questa: "Io lo so che non sono solo anche quando sono solo"??? "mi fondo con il cielo e con il fango"?? - ma quale inumana caterva di ovvietà è mai questa?!? Ovvio che la vita segue il fluire secondo il micro e macrocosmo, ovvio che tutto sia energia e divenire e, pertanto, non si sia soli! -
Questo pensavo. Poi ho realizzato che in fondo ciò che per me è scontato, come la parzile decussazione delle fibre dei nervi ottici prima di sinaptare a livello occipitale, per altri potrebbe non esserlo. Di qui ecco la stima. La capacità di trasmettere su vasta scala concetti quasi ovvi in guisa altamente comprensebile anche per chi sembra più prossimo al torsolo di mela che all'homo sapiens sapiens è virtù propria dei grandi comunicatori.
Cherubini è secondo un grande comunicatore, fin che si tratta di tematiche diverse dall'amore. La capacità di raccontare la poesia di una città deserta una notte d'agosto tinta dalla nostalgia, di spiegare la relatività, spiegare l'unitarietà del globo terracqueo al di là di ogni colore o religione... nulla da eccepire, anzi, forse solo tanto da invidiare e stimare.
Far capire alle persone l'importanza del sentire! magnifico! servono canzoni simili, serve non far sentire solo chi sa sentire e cerca di erudire gli altri, serve cercare di migliorare questo mondo.
Tuttavia quanto detto secondo me svanisce quanto più si incaponisce a cantare d'amore. Non saprei ipotizzare un motivo, ma ad ogni nuova canzone il livello di esemplificazione e semplificazione del sentimento scivola sempre più in qualcosa di quasi scontato, banale. Quando con "per te" era riuscito a cantare lo stupore di un padre alla figlia ero rimasto incantato. Ma quando la tematica dell'amore di coppia ha preso il sopravvento è stato un dramma. La grande semplicità con cui delinea pensieri e situazioni funziona fin che c'è da spiegare qualcosa di ostico agli altri, di distante. Quando si tratta di confrontarsi con la tematica più conosciuta (tutti o quasi almeno una volta si sono sentiti innamorati e hanno provato a esprimerlo con una poesiola o una canzone) e cantata (da lirici musici e cantori, nonché artisti d'ogni risma) la semplificazione scade nel già sentito o, peggio, nel già pensato. Finisce lo stupore, svanisce la magia.
Nonostante il mercato probabilmente richieda per radio più banalità d'amore che non pezzi che trasudino vita, mi auguro presto di poter rimanere di nuovo stupito da ritornelli come "mia madre se contasse bene i panni che ha lavato probabilmente vestirebbe il mondo" ugualmente banali, molto più potenti.
(testi e musiche dei link appartengono a chi di dovere, cioè l'autore originale; le parole scritte sono mie)
Ora, una riflessione che questa canzone mi ha sempre suscitato di primo acchito è questa: "Io lo so che non sono solo anche quando sono solo"??? "mi fondo con il cielo e con il fango"?? - ma quale inumana caterva di ovvietà è mai questa?!? Ovvio che la vita segue il fluire secondo il micro e macrocosmo, ovvio che tutto sia energia e divenire e, pertanto, non si sia soli! -
Questo pensavo. Poi ho realizzato che in fondo ciò che per me è scontato, come la parzile decussazione delle fibre dei nervi ottici prima di sinaptare a livello occipitale, per altri potrebbe non esserlo. Di qui ecco la stima. La capacità di trasmettere su vasta scala concetti quasi ovvi in guisa altamente comprensebile anche per chi sembra più prossimo al torsolo di mela che all'homo sapiens sapiens è virtù propria dei grandi comunicatori.
Cherubini è secondo un grande comunicatore, fin che si tratta di tematiche diverse dall'amore. La capacità di raccontare la poesia di una città deserta una notte d'agosto tinta dalla nostalgia, di spiegare la relatività, spiegare l'unitarietà del globo terracqueo al di là di ogni colore o religione... nulla da eccepire, anzi, forse solo tanto da invidiare e stimare.
Far capire alle persone l'importanza del sentire! magnifico! servono canzoni simili, serve non far sentire solo chi sa sentire e cerca di erudire gli altri, serve cercare di migliorare questo mondo.
Tuttavia quanto detto secondo me svanisce quanto più si incaponisce a cantare d'amore. Non saprei ipotizzare un motivo, ma ad ogni nuova canzone il livello di esemplificazione e semplificazione del sentimento scivola sempre più in qualcosa di quasi scontato, banale. Quando con "per te" era riuscito a cantare lo stupore di un padre alla figlia ero rimasto incantato. Ma quando la tematica dell'amore di coppia ha preso il sopravvento è stato un dramma. La grande semplicità con cui delinea pensieri e situazioni funziona fin che c'è da spiegare qualcosa di ostico agli altri, di distante. Quando si tratta di confrontarsi con la tematica più conosciuta (tutti o quasi almeno una volta si sono sentiti innamorati e hanno provato a esprimerlo con una poesiola o una canzone) e cantata (da lirici musici e cantori, nonché artisti d'ogni risma) la semplificazione scade nel già sentito o, peggio, nel già pensato. Finisce lo stupore, svanisce la magia.
Nonostante il mercato probabilmente richieda per radio più banalità d'amore che non pezzi che trasudino vita, mi auguro presto di poter rimanere di nuovo stupito da ritornelli come "mia madre se contasse bene i panni che ha lavato probabilmente vestirebbe il mondo" ugualmente banali, molto più potenti.
(testi e musiche dei link appartengono a chi di dovere, cioè l'autore originale; le parole scritte sono mie)
giovedì 19 maggio 2011
checcosss'è uno vet?!?
Il titolo per favore leggetelo come sull'andare della amabile canzone di Vinicio Capossela. Puramente tributo e voglia di riascoltarla. Approfittatene anche voi: a volte fa bene.
Oggi vorrei provare a fare il punto su una serie di situazioni che coinvoilgono i veterinari, nelle varie forme.
La medicina ed il sovrannumero hanno fatto sì che anche in campo di animali d'affezione o meno il progresso medico divenisse disponibile. Da medico di base per più specie e polispecialista (un tempo non c'erano molti specialisti) alcuni sono divenuti esperti monotematici. Talvolta a discapito della visione d'insieme tal'altra no, ma sempre con miglioramenti nel singolo campo. Questa è fortuna, così come la disponibilità di numerosi test ed analisi per provare una diagnosi o di cure fattibili.
Sorvolando ancora per un po' sui superspecialisti, vorrei pensare al medico veterinario di base in Italia. Qui non c'è una mutua che copra gli animali. I pets sono un bene di lusso fiscalmente e pertanto se si vuole curarli ci se ne deve far carico. Il fisco aiuta poco anche per quel che si può scaricare, con tetti minimi alti e massimi decisamente bassi. Ogni analisi, o indagine, ha un costo. I medicinali poi per animali hanno un costo molto maggiore se registrati per veterinaria rispetto all'identico analogo umano (senza nemmeno mutua in ballo).
Insomma, come si fa a "fare tutto il possibile" se una TC per levarsi un dubbio costa quasi 500 euro ed il proprietario neanche può pagare la visita di base? Quasi sempre si è costretti a mediare, a restringere bene il campo e diagnosticare bene clinicamente così da poter poi mirare indagini e spese. Pochissimi sembrano quelli, tra i clienti, a capire quale sforzo enorme (umanamente) ci sia dietro. Rimuginare, analizzare, riflettere e rianalizzare ancora cercando di non scordare neppure una virgola nel ragionamento; intanto prendere già provvedimenti ed iniziare a stabilizzare... si cerca col sacrificio e sforzandosi di integrare e implementare con la propria persona quello cui per meri motivi di danaro non si può ricorrere da subito.
Questa non è un'ode e non deve minimamente far pensare che lo specialista non serva, anzi! Tuttavia vorrebbe offrire spunti di riflessione per capire che se tutti i veterinari avessero a disposizione fondi da assicurazioni e strumentazioni all'avanguardia come nei telefilm americani sui medici, sarebbero ben felici ed entusiasti di usarli. Tutto sarebbe più semplice ed immediato. Eppure ci sono figure che con poche indagini mirate e tanto impegno riescono ad ottenere risultati in tempi che a volte nemmeno in umana (per noi è normale un'aspettativa di mesi per una RX, salvo prontosoccorso, ma ci infuriamo se il veterinario non la fa espressa).
"E' facile fà Rambo co' n'arsenale... Essì Rambo co' 'na fionna e allora sì che c'hai le palle!"
Oggi vorrei provare a fare il punto su una serie di situazioni che coinvoilgono i veterinari, nelle varie forme.
La medicina ed il sovrannumero hanno fatto sì che anche in campo di animali d'affezione o meno il progresso medico divenisse disponibile. Da medico di base per più specie e polispecialista (un tempo non c'erano molti specialisti) alcuni sono divenuti esperti monotematici. Talvolta a discapito della visione d'insieme tal'altra no, ma sempre con miglioramenti nel singolo campo. Questa è fortuna, così come la disponibilità di numerosi test ed analisi per provare una diagnosi o di cure fattibili.
Sorvolando ancora per un po' sui superspecialisti, vorrei pensare al medico veterinario di base in Italia. Qui non c'è una mutua che copra gli animali. I pets sono un bene di lusso fiscalmente e pertanto se si vuole curarli ci se ne deve far carico. Il fisco aiuta poco anche per quel che si può scaricare, con tetti minimi alti e massimi decisamente bassi. Ogni analisi, o indagine, ha un costo. I medicinali poi per animali hanno un costo molto maggiore se registrati per veterinaria rispetto all'identico analogo umano (senza nemmeno mutua in ballo).
Insomma, come si fa a "fare tutto il possibile" se una TC per levarsi un dubbio costa quasi 500 euro ed il proprietario neanche può pagare la visita di base? Quasi sempre si è costretti a mediare, a restringere bene il campo e diagnosticare bene clinicamente così da poter poi mirare indagini e spese. Pochissimi sembrano quelli, tra i clienti, a capire quale sforzo enorme (umanamente) ci sia dietro. Rimuginare, analizzare, riflettere e rianalizzare ancora cercando di non scordare neppure una virgola nel ragionamento; intanto prendere già provvedimenti ed iniziare a stabilizzare... si cerca col sacrificio e sforzandosi di integrare e implementare con la propria persona quello cui per meri motivi di danaro non si può ricorrere da subito.
Questa non è un'ode e non deve minimamente far pensare che lo specialista non serva, anzi! Tuttavia vorrebbe offrire spunti di riflessione per capire che se tutti i veterinari avessero a disposizione fondi da assicurazioni e strumentazioni all'avanguardia come nei telefilm americani sui medici, sarebbero ben felici ed entusiasti di usarli. Tutto sarebbe più semplice ed immediato. Eppure ci sono figure che con poche indagini mirate e tanto impegno riescono ad ottenere risultati in tempi che a volte nemmeno in umana (per noi è normale un'aspettativa di mesi per una RX, salvo prontosoccorso, ma ci infuriamo se il veterinario non la fa espressa).
"E' facile fà Rambo co' n'arsenale... Essì Rambo co' 'na fionna e allora sì che c'hai le palle!"
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mercoledì 18 maggio 2011
un vortice
nel cui vertice mi trovo. Ecco dove sono.
Imprigionato in una caterva di pensieri e dovrei e vorrei... come se un aruspice mi frugasse le interiora in cerca di buoni auspici per il futuro.
In una Sant'Elena di gesso sono il peggior compagno di solitudine da desiderare: resto immoto ad infierire su me.
Vorrei scrivere di quanto possa essere incantevole Roma passeggiandoci da soli, restando incantati ad ogni angolo se si sa guardare negli anfratti giusti; oppure vorrei raccontare di propositi o sogni.
Invece no, la realtà è che mi guardo intorno e recepisco a malapena che il mondo sta andando avanti, che la vita fuori dalla finestra sta passando di tramonto in tramonto mentre son qui in attesa.
In attesa di me malauguratamente! quindi ogni proposito roseo e florido di reazione si smonta al pari di chiare d'uovo montate e scordate sul tavolo, senza nemmeno il pizzico di sale.
Il mondo rotea intorno e dentro me è un soqquadro clamoroso. Io placidamente osservo dall'occhio del ciclone il caos in divenire.
Per una volta cerco davvero di pensare solo a essere felice, la lezione migliore da imparare da certi eventi. Una delle più difficili tuttavia. Per chi come me forse vuole più credere che ci sia un domani felice piuttosto che afferrarlo davvero, alla fine potrebbe trattarsi prevalentemente di determinazione. In questo sono notoriamente carente. Per giunta per affacciarmi nel domani forse dovrei avere chiaro tutto quello che sono; questo periodo era divenuto stabile ma di per sé è un pieno divenire della mia storia.
Come uscire da un turbine?
Dovrei aspettare che passi? o dovrei abbandonarmi al fluire dell'aria? Barricarmi? nemmeno! Forse la cosa più tipica di me sarebbe fare come ho sempre fatto col mare mosso di estate in estate, di anno in anno: affrontare la corrente; farsi trasportare nei momenti giusti, assecondandola un po' per caricare lo slancio e da lì piantare i piedi saldamente a terra e avanzare. Cercare la mia via anche nell'intemperie. Beh! onestamente allora farei proprio bene a cercare un mio colore, o cercare i miei colori per tingere il mondo degli altri, per chi vorrà farselo tingere.
Talvolta per scoprirsi felici bisognerebbe solo accettare di essere chi si è, capendo che tra chi ha solo il suo colore, chi s'è rassegnato alla sua scala di grigi, chi si fa tingere dei colori altrui perché non vuole pensare ai propri... alcuni potrebbero non andare d'accordo con chi tende maggiormente ad essere una tavolozza di colori.
Alcune persone devono colorarsi il mondo, illudersi e sognare. Per chi non rassegnarsi alla merda quotidiana della vita è un modo naturale di vivere, vedere ciò che non è guardando oltre alla sola realtà è come respirare. E' come una battaglia privata, resistenza passiva a oltranza alla grande beffa.
Un sognatore non dovrebbe mai desiderare di cessare di esserlo. E' un ruolo difficile ma anche una parte bellissima, quella di chi non si rassegna. Non si piacerà a tutti e non sempre si sarà felici.
Ma il momento per colorare il vortice dell'arcobaleno e renderlo un incanto fiorito arriva per tutti. Talvolta il modo migliore per capire quando sia il momento di farlo è capire che vicino ci sono persone che apprezzano i colori che usi ed altre che sanno insegnarti una pennellata diversa, infine a saper guardare bene c'è anche chi ha una tavolozza coi colori che mancano a te e sa suggerire tele da tingere assieme... tutto sta nel capirlo. E se il modo avrà fatto soffrire essere felici sarà la sola risposta. Salvo rari casi non esistono colori sbagliati, ma solo individui non ancora pronti a prenderne coscienza.
Vado a cercare un pennello.
PS: post scritto evidentemente in due momenti della giornata, come il marcato stacco triste\ottimista dimostra (e ribadisce la mia sindrome bipolare)
Imprigionato in una caterva di pensieri e dovrei e vorrei... come se un aruspice mi frugasse le interiora in cerca di buoni auspici per il futuro.
In una Sant'Elena di gesso sono il peggior compagno di solitudine da desiderare: resto immoto ad infierire su me.
Vorrei scrivere di quanto possa essere incantevole Roma passeggiandoci da soli, restando incantati ad ogni angolo se si sa guardare negli anfratti giusti; oppure vorrei raccontare di propositi o sogni.
Invece no, la realtà è che mi guardo intorno e recepisco a malapena che il mondo sta andando avanti, che la vita fuori dalla finestra sta passando di tramonto in tramonto mentre son qui in attesa.
In attesa di me malauguratamente! quindi ogni proposito roseo e florido di reazione si smonta al pari di chiare d'uovo montate e scordate sul tavolo, senza nemmeno il pizzico di sale.
Il mondo rotea intorno e dentro me è un soqquadro clamoroso. Io placidamente osservo dall'occhio del ciclone il caos in divenire.
Per una volta cerco davvero di pensare solo a essere felice, la lezione migliore da imparare da certi eventi. Una delle più difficili tuttavia. Per chi come me forse vuole più credere che ci sia un domani felice piuttosto che afferrarlo davvero, alla fine potrebbe trattarsi prevalentemente di determinazione. In questo sono notoriamente carente. Per giunta per affacciarmi nel domani forse dovrei avere chiaro tutto quello che sono; questo periodo era divenuto stabile ma di per sé è un pieno divenire della mia storia.
Come uscire da un turbine?
Dovrei aspettare che passi? o dovrei abbandonarmi al fluire dell'aria? Barricarmi? nemmeno! Forse la cosa più tipica di me sarebbe fare come ho sempre fatto col mare mosso di estate in estate, di anno in anno: affrontare la corrente; farsi trasportare nei momenti giusti, assecondandola un po' per caricare lo slancio e da lì piantare i piedi saldamente a terra e avanzare. Cercare la mia via anche nell'intemperie. Beh! onestamente allora farei proprio bene a cercare un mio colore, o cercare i miei colori per tingere il mondo degli altri, per chi vorrà farselo tingere.
Talvolta per scoprirsi felici bisognerebbe solo accettare di essere chi si è, capendo che tra chi ha solo il suo colore, chi s'è rassegnato alla sua scala di grigi, chi si fa tingere dei colori altrui perché non vuole pensare ai propri... alcuni potrebbero non andare d'accordo con chi tende maggiormente ad essere una tavolozza di colori.
Alcune persone devono colorarsi il mondo, illudersi e sognare. Per chi non rassegnarsi alla merda quotidiana della vita è un modo naturale di vivere, vedere ciò che non è guardando oltre alla sola realtà è come respirare. E' come una battaglia privata, resistenza passiva a oltranza alla grande beffa.
Un sognatore non dovrebbe mai desiderare di cessare di esserlo. E' un ruolo difficile ma anche una parte bellissima, quella di chi non si rassegna. Non si piacerà a tutti e non sempre si sarà felici.
Ma il momento per colorare il vortice dell'arcobaleno e renderlo un incanto fiorito arriva per tutti. Talvolta il modo migliore per capire quando sia il momento di farlo è capire che vicino ci sono persone che apprezzano i colori che usi ed altre che sanno insegnarti una pennellata diversa, infine a saper guardare bene c'è anche chi ha una tavolozza coi colori che mancano a te e sa suggerire tele da tingere assieme... tutto sta nel capirlo. E se il modo avrà fatto soffrire essere felici sarà la sola risposta. Salvo rari casi non esistono colori sbagliati, ma solo individui non ancora pronti a prenderne coscienza.
Vado a cercare un pennello.
PS: post scritto evidentemente in due momenti della giornata, come il marcato stacco triste\ottimista dimostra (e ribadisce la mia sindrome bipolare)
martedì 17 maggio 2011
storie
intendo relazioni, ovviamente.
Quasi tutte nel corso di una vita finiscono. Per i più fortunati, sentimen talmente parlando, l'ultima finirà per causa naturale temporale.
Ci sono storie che non dovrebbero iniziare, altre il cui vero tempo di vita sono sei ore. Ci sono storie che stentano per mesi o anni, senza il coraggio di chiuderle o per l'imprudenza di tenere la porta sempre socchiusa.
Certe storie finiscono tragicamente, tra ferite e insofferenza. Altre storie finiscono bruscamente e senza volontà, e sono quell che più straziano forse.
Alcune storie poi finiscono quando si ha ancora la sensazione che il meglio abbia ancora da venire.
E poi ci sono storie in cui il meglio non arriva, perché ogni giorno è reso migliore ed il meglio è la visione d'insieme, quando scorri la pellicola e tra lacrime e sussulti sorridi di cuore. Ecco, se non potete tenervela stretta, almeno siate grati a quella relazione e fin che invece non ne avete vissuta una così non sentitevi appagati.
A volte si può scoprire che invece di un incendio dilagante non si desidera altro che un fuoco da accudire in due che ci scaldi per l'eternità; in fondo basterà qualche sforzo per aggiungere legna per far divampare e crescere più brillante la fiamma!
Quasi tutte nel corso di una vita finiscono. Per i più fortunati, sentimen talmente parlando, l'ultima finirà per causa naturale temporale.
Ci sono storie che non dovrebbero iniziare, altre il cui vero tempo di vita sono sei ore. Ci sono storie che stentano per mesi o anni, senza il coraggio di chiuderle o per l'imprudenza di tenere la porta sempre socchiusa.
Certe storie finiscono tragicamente, tra ferite e insofferenza. Altre storie finiscono bruscamente e senza volontà, e sono quell che più straziano forse.
Alcune storie poi finiscono quando si ha ancora la sensazione che il meglio abbia ancora da venire.
E poi ci sono storie in cui il meglio non arriva, perché ogni giorno è reso migliore ed il meglio è la visione d'insieme, quando scorri la pellicola e tra lacrime e sussulti sorridi di cuore. Ecco, se non potete tenervela stretta, almeno siate grati a quella relazione e fin che invece non ne avete vissuta una così non sentitevi appagati.
A volte si può scoprire che invece di un incendio dilagante non si desidera altro che un fuoco da accudire in due che ci scaldi per l'eternità; in fondo basterà qualche sforzo per aggiungere legna per far divampare e crescere più brillante la fiamma!
sabato 14 maggio 2011
touch the duck
Potrebbe trattarsi del nuovo gioco dell'estate. Potrebbe essere un racconto etologico - veterinario. Oppure potrei star facendo riferimento a quando Benigni cercava di offrire il suo "sventrapapere" alla Carrà. Potrebbe invece esser ricercato riferimento Sardelliano (cfr. F. M. Sardelli, eminentissimo direttore di orchestra barocca et specialista riguardo Vivaldi, nonché sensibilizzatore myrabile verso le coscienze civili tramite il Sodalizio Mvschiato, ed ancora ameno disegnatore e scrittore per il Vernacoliere) all'asta virile, che appunto il Sardelli ama definire "collo di papero", con connotazione onanistica.
Nulla, macché, niente di tutto questo.
La papera in questione è un fermaporte imbottito collocato di norma nei pressi, ma tu guarda, della mia stanza. Senza occhi ne bocca o zampe ed il solo colore di federa da cuscini, povera, ha però un elegantissimo collarino rosso, nota distintiva dei volatili dabbene nell'alta società. Qui allo charme non si rinuncia.
L'atto del "toccare" è qui invece scevro da ogni morbosità e fa riferimento alla mia condizione attuale di mano dx rotta ed ingessata.
Ora una piccola digressione sul gesso per aiutare a capire meglio la postura: avendo subito una frattura scomposta del V metacarpeo Dx, l'osso retrostante al mignolo nel palmo della mano per capirci, con riduzione per ora non invasiva, mi hanno ingessato in maniera particolare, "ulnata". Ovvero il polso e l'avambraccio sono ruotati verso l'interno come fossi appoggiato costantemente al manubrio di una mountain bike. Insomma il piatto della mano non tocca mai coscia o anca, lo fa il pollice.
Stare a letto è una mezza tortura: il pollice si incastra nelle lenzuola, per scrivere o poggiare una mano a un tavolo devo star curvo e inclinato come "aIgor". Fra un po' x scrivere mi diranno "si aiuti con questo" porgendo una matita per l'occasione simile al "lungoarnese" di futuramiana memoria.
Non solo. A letto e in genere da ingessati vale l'assioma del "lo tenga in alto!!". Sempre fraintendibile e a doppio senso, che dal bonario augurio di virile baldanza sfocia in un mero gesso dolente sollevato verso l'alto tramite fasce, cuscini, cappotti, bretelle ed ammenicoli vari presi in prestito dalla loro vera destinazione d'uso.
Con la mano testé descritta, capite bene che un banale cuscino sarebbe valso a ben poco per la sua scarsa prestanza curvilinea; l'appoggio al collo sarebbe risultato fastidioso e dolente agliatti inspiratori, nonchè soggetto a pericolo cadute con rinnovo algico.
Dinanzi a cotanta disperazione ed aguzzando l'ingegno qual miglior poggia gesso d'un simulacro d'anatide, stabile sul fondo e ricurvo sul dorso ma con l'intersezione per il pollice??
Ecco dunque l'attività del mese: touch the duck! Così da poter trovare confortevole sostegno abbinato a postura con inclinazione all'alto. Senza scordar il buon gusto, che c'è anche il papillon!
Con supponente alterigia vostro.
Nulla, macché, niente di tutto questo.
La papera in questione è un fermaporte imbottito collocato di norma nei pressi, ma tu guarda, della mia stanza. Senza occhi ne bocca o zampe ed il solo colore di federa da cuscini, povera, ha però un elegantissimo collarino rosso, nota distintiva dei volatili dabbene nell'alta società. Qui allo charme non si rinuncia.
L'atto del "toccare" è qui invece scevro da ogni morbosità e fa riferimento alla mia condizione attuale di mano dx rotta ed ingessata.
Ora una piccola digressione sul gesso per aiutare a capire meglio la postura: avendo subito una frattura scomposta del V metacarpeo Dx, l'osso retrostante al mignolo nel palmo della mano per capirci, con riduzione per ora non invasiva, mi hanno ingessato in maniera particolare, "ulnata". Ovvero il polso e l'avambraccio sono ruotati verso l'interno come fossi appoggiato costantemente al manubrio di una mountain bike. Insomma il piatto della mano non tocca mai coscia o anca, lo fa il pollice.
Stare a letto è una mezza tortura: il pollice si incastra nelle lenzuola, per scrivere o poggiare una mano a un tavolo devo star curvo e inclinato come "aIgor". Fra un po' x scrivere mi diranno "si aiuti con questo" porgendo una matita per l'occasione simile al "lungoarnese" di futuramiana memoria.
Non solo. A letto e in genere da ingessati vale l'assioma del "lo tenga in alto!!". Sempre fraintendibile e a doppio senso, che dal bonario augurio di virile baldanza sfocia in un mero gesso dolente sollevato verso l'alto tramite fasce, cuscini, cappotti, bretelle ed ammenicoli vari presi in prestito dalla loro vera destinazione d'uso.
Con la mano testé descritta, capite bene che un banale cuscino sarebbe valso a ben poco per la sua scarsa prestanza curvilinea; l'appoggio al collo sarebbe risultato fastidioso e dolente agliatti inspiratori, nonchè soggetto a pericolo cadute con rinnovo algico.
Dinanzi a cotanta disperazione ed aguzzando l'ingegno qual miglior poggia gesso d'un simulacro d'anatide, stabile sul fondo e ricurvo sul dorso ma con l'intersezione per il pollice??
Ecco dunque l'attività del mese: touch the duck! Così da poter trovare confortevole sostegno abbinato a postura con inclinazione all'alto. Senza scordar il buon gusto, che c'è anche il papillon!
Con supponente alterigia vostro.
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